martedì 7 febbraio 2017

Sciopero globale delle donne l’8 marzo: anche l'Italia si mobilita

“Eravamo marea, ora siamo un oceano e nessuno scoglio ci potrà fermare”: l’assemblea plenaria di Nonunadimeno  si è conclusa con queste parole alle 16,45 di una domenica pomeriggio piovosa che non ha raffreddato le grida gioiose e gli applausi nelle aule di Giurisprudenza dell’Università di Bologna. L’ingresso di via Belmeloro 14, la mattina di sabato 4 febbraio era affollato da centinaia di donne e uomini che per due giorni (il 4 e 5 febbraio) si sono confrontate e hanno discusso su otto tavoli tematici: lavoro e welfare, femminismo migrante, diritto alla salute sessuale e riproduttiva, educare alle differenze, percorsi di fuoriuscita dalla violenza, sessismo nei movimenti, narrazioni della violenza attraverso i media, piano legislativo e giuridico. Milleseicento attiviste hanno portato proposte, idee e progetti. Donne di ogni età, settantenni della prima ora del movimento e diciassettenni, insieme a donne delle altre generazioni si sono ritrovate ancora, grazie a quest’ultima straordinaria ondata femminista che non cessa di fluire. Alla faccia de “il femminismo è morto” o “il femminismo ha perso”, tormentoni ricorrenti negli ultimi vent’anni che ne cantavano il de profundis come se il movimento delle donne fosse impegnato in un match a punti. Le donne in movimento erano lì a ostinarsi nel tessere cambiamenti, giorno dopo giorno, in anni buoni e anni brutti.


Le due giornate bolognesi sono la prosecuzione di un percorso cominciato il 26 novembre scorso con la manifestazione che ha visto la partecipazione di oltre duecentomila donne e uomini a Roma e con la prima assemblea del 27 novembre svoltasi all’Università La Sapienza. Il Piano femminista contro la violenza che Nonunadimeno vuole costruire è contrapposto a quello varato dal governo nel 2015 (in scadenza il prossimo giugno) che non riconosce i saperi femministi e non valorizza  il ruolo politico dei Centri antiviolenza, parificati a qualunque altro servizio del privato sociale. Il Piano lascia saldo nelle mani del governo e delle sue amministrazioni, un ruolo centrale nelle politiche che troppo spesso impongono strategie di contrasto alla violenza di stampo ancora securitario, dirette a controllare le donne invece che a rafforzarle. I percorsi di uscita dalla violenza sono ancora difficili e complicati, la Convenzione di Istanbul resta lettera morta in molti dei suoi articoli e le istituzioni adottano ancora uno sguardo neutro sulla violenza che ri-vittimizza  le donne in una società ancora conservatrice e arretrata rispetto a quelle del nord Europa. I media non agevolano il cambiamento perché rappresentano in maniera distorta la violenza e i ruoli di genere e diventano megafono di stereotipi e sessismo.
Durante i tavoli si è parlato anche di povertà e di precariato, di diritti Lgbt e di discriminazioni verso le donne migranti, perché la violenza non è solo quella che avviene nelle relazioni di intimità: c’è la violenza di interventi politici che rispondono alla crisi erodendo diritti, tutele, welfare, dando per scontato che siano le donne con il loro lavoro di cura a sostituire politiche sociali assenti. E’ ancora violenza quella di Stati che costruiscono muri contro l’immigrazione o promulgano leggi per respingere e deportare. E’ ancora violenza quella di uno Stato che ha smantellato i consultori e continua a lasciare la legge 194 ostaggio dell’obiezione, cosiddetta “di coscienza”, che spesso cela l’ipocrisia di ginecologi che attuano una volontà di controllo dei corpi delle donne o sono mossi da opportunismi di carriera. Sono stati ancora molti altri i temi affrontati ma non è possibile elencarli tutti.
Bologna è stato fatto il punto per la mobilitazione per lo Sciopero globale produttivo e riproduttivo delle donne in occasione dell’8 marzo, si tratta di una iniziativa che ha precedenti illustri e questa volta è stato lanciato dalle donne argentine (Niunamenos) che hanno ricevuto l’adesione di più di venti Paesi. Sabato hanno aderito anche le statunitensi che, dopo il successo della Women’s March contro il neopresidente Usa Donald Trump, continuano la loro lotta.
La prossima Giornata Internazionale della donna tornerà a essere un momento di mobilitazione femminista dopo anni di insignificanza che l’aveva trasformata in una ricorrenza di bisbocce tra amiche, streaptease maschili, mercatini di mimose col prezzo alle stelle, con uno sfruttamento commerciale dell’evento anche da parte di ristoranti e locali notturni. A breve, Nonunadimeno indicherà 8 punti per l’8 marzo che saranno il riferimento per l’organizzazione di mobilitazioni territoriali per aderire allo Sciopero globale delle donne. Ci sarà un’astensione reale o simbolica dal lavoro produttivo e riproduttivo e il coinvolgimento di donne dentro e fuori i luoghi di lavoro. Sarà una protesta attuata con modi anche inediti (ci saranno sorprese), durerà 24 ore, i suoi colori saranno il nero e il fucsia e il simbolo la matrioska di Nonunadimeno.
Fino ad oggi alcuni sindacati di base hanno aderito, ma hanno lanciato anche l’astensione dal lavoro per il 17 marzo nel comparto della scuola. Una scelta criticata da Nonunadimeno che ha invitato i sindacati di base, a ripensare la loro scelta facendo convergere le due date mentre la Cgil, che pure aveva sostenuto la manifestazione del 26 novembre, non ha ancora lanciato alcuno sciopero e si dubita lo farà anche per difficoltà, così dice il sindacato, di carattere organizzativo e tempi stretti.
Diamoci da fare perché tira una brutta aria. Donald Trump e altri leader con vocazione ultraconservatrice (tra cui non mancano donne come Marine Le Pen) cavalcano politiche reazionarie e  fondamentalismi di stampo misogino mentre innalzano muri e costruiscono nuove segregazioni. Contro questo backlash un femminismo internazionale attraversa i confini degli Stati e mira ad abbattere quei muri. Non illudiamoci, è una battaglia lunga e difficile. Si continua a tessere il cambiamento anche con lo sciopero globale dell’8 marzo. Le idee sono chiare cosa ci riserva il futuro un po’ meno.
In bocca al lupo a tutte

lunedì 26 settembre 2016

Premio Internazionale di Poesia e Narrativa I fiori sull'acqua: ove si intrecciano poesia, narrativa e impegno sociale

Il 25 settembre si è svolta la premiazione della  4^ edizione del Premio Internazionale di Poesia e Narrativa "I fiori sull'acqua" di cui Melina Gennuso è l'anima, grazie alla passione non solo per la poesia e la letteratura, ma anche per l'attenta sensibilità al problema della violenza contro le donne. A ritirare il premio sono arrivati da ogni parte d'Italia, Sardegna, Sicilia, Veneto, Piemonte, Lombardia e persino dalla Svizzera.  La Giuria è stata presieduta da Rodolfo Vettorello e Melina Gennuso è stata la presidente del Premio. L'editore Domenico Polito e la sua casa editrice Leonida hanno offerto ai vincitori della sezione Racconti Brevi della sezione Silloge Inedita la pubblicazione delle loro opere. 
Durante la premiazione è stata assegnata la medaglia del Senato della Repubblica, on Pietro Grasso all'associazione Demetra donne in aiuto di Lugo  per l'impegno profuso, in oltre dieci anni di attività, a sostegno delle donne vittime di violenza. 
Sono stata presente come attivista di Demetra insieme a Micaela Zota e Maria Teresa Calabrese, presidente dell'associazione che commossa ha ritirato il premio, ringraziando anche in nome delle attiviste che ne fanno parte e che non erano presenti e spiegando come il nostro centro antiviolenza abbia aiutato in 11 anni oltre 600 donne e: "ascoltando versi di poesie e i brani dei racconti ci è sembrato di sentire le parole delle donne".

Dolci e struggenti, melanconici e disperati, taglienti e pieni di speranza: le letture degli autori e delle autici premiati, sono risuonate nella sala Marco Biagi del Baraccano a Bologna, insieme alle note suonate dalla violinista Roberta Marzolì. Versi di poesie e racconti dedicati alle donne vittime di violenza per denunciare il femminicidio: quel crimine antico e contemporaneo che annienta  le donne e la loro libertà. Ogni anno in Italia vengono uccise oltre cento donne al ritmo di una ogni due/tre giorni. Eppoi ci sono le altre violenze: lo stupro o quelle fisiche come il maltrattamento che si ripete al di fuori di occhi indiscreti, tra le mura di casa, e quelle invisibili, l'isolamento, il  controllo, la violenza psicologica, lo stalking.  Non è necessario documentarsi sulla cronaca, sono storie antiche e contemporanee, che conosciamo perché ne siamo spesso testimoni diretti o indiretti o perchè  siamo stati depositari di indicibili rivelazioni e confidenze da amiche, familiari o conoscenti. 
Una giornata ricca di emozioni perchè come ha detto Melina Gennuso "non si dimentichi il grave problema sociale della violenza sulla donna, che non diventi “un’abitudine” sentire e leggere quasi tutti i giorni le notizie sconfortanti di donne uccise dall’uomo che dovrebbe amarle e proteggerle". 





mercoledì 1 giugno 2016

2 giugno contro il femminicidio: a Reggio Emilia, Piazza Prampolini, ore 10. Ravenna, Via Corrado Ricci ore 10

2 giugno 2016: le donne scendono in piazza in varie città d'Italia per gridare la rabbia contro la violenza sulle donne e chiedere impegno e soluzioni per cambiare la cultura maschilista che ci travolge e danneggia tutte e tutti.
Un flash mob diffuso, e ovunque possibile, per rompere l'indifferenza e chiedere a tutti e tutte, ma soprattutto alle donne delle istituzioni, di mettersi in gioco proponendo interventi che vadano oltre l'emergenza.



Tutte le info sulla pagina fb degli eventi.

martedì 19 aprile 2016

Oggi Federico Barakat avrebbe compiuto 16 anni

di Cristina Obber • Avrebbe detto ciao mamma, e sarebbe uscito con gli amici, dopo aver studiato storia o matematica. E l’altro ieri, domenica, avrebbe sicuramente parato un gol, perché lui in porta era bravissimo. Avrebbe avuto una vita. La sua.
Invece Federico è morto a 8 anni, ucciso da un uomo che era suo padre, in un luogo che gli avevano detto chiamarsi protetto, per proteggerlo, appunto.
A scuola quel giorno era andato a prenderlo un signore che era l’educatore che aveva il compito di proteggerlo, di accompagnarlo in quel luogo che si chiamava protetto e di stare con lui durante l’incontro, che pure l’incontro si chiamava protetto. Invece non lo hanno protetto per niente. Nè i muri, né le persone, perché Federico ha tentato da solo di difendersi da quell’uomo che era suo padre, da un colpo di pistola che lo aveva preso di striscio, da quelle trenta coltellate che mano a mano che il tempo passava infierivano e nessuno lo aiutava e quell’uomo che era suo padre colpiva finché il coltello ha raggiunto gli organi vitali e allora Federico non ha più avuto la forza di muovere le sue braccia ferite, di opporre le sue piccole mani alla furia. E’ rimasto a terra Federico, sul pavimento del luogo protetto, ma non è morto subito. Ci ha messo un bel po’ di tempo, più di 50 minuti. Avrebbe voluto accanto la sua mamma mentre soffriva, eppure nessuno in quel luogo protetto ha deciso di chiamarla subito, hanno aspettato, chissà di cosa altro si stavano preoccupando. Forse delle cose di cui si sono preoccupati in seguito.
Che non è stato chiedere scusa alla mamma per non averlo protetto nell’incontro protetto in quel luogo protetto, ma è stato cercare di dimostrare a tutti che protetto non intendeva dire protetto fisicamente. Sono arrivati degli avvocati a dire che l’educatore non era responsabile di quello che era successo, e che non lo erano nemmeno la responsabile dei servizi sociali e un’altra assistente sociale che avevano sempre insistito affinchè Federico incontrasse quell’uomo che era suo padre nonostante la mamma dicesse che era un uomo pericoloso e violento come dicevano anche certi dottori a cui nessuno ha dato retta. E mentre in questi anni la mamma di Federico si chiedeva da cosa lo avessero protetto nell’incontro protetto in quel luogo protetto, loro si sono ingegnati così bene e gli avvocati sono stati così astuti che i giudici che hanno l’ultima parola gli hanno dato ragione, hanno cancellato le condanne e hanno deciso che tutti e tre quei tipi potevano continuare a fare il loro mestiere, a proteggere da non si sa cosa altri bambini in incontri protetti da non si sa cosa in quel luogo protetto da non si sa cosa.
La mamma di Federico pensava che almeno il sindaco di San Donato Milanese le spiegasse da cosa si proteggono i bambini negli incontri protetti in quel luogo protetto ma anche lui è d’accordo con la sentenza e così a chiedere una risposta la mamma di Federico è andata in Europa, in un posto che si chiama Corte dei diritti umani e sta in un luogo che si chiama Strasburgo. Ora mentre Federico avrebbe compiuto 16 anni e chi lo sa se sta giocando a pallone da qualche altra parte che non ci è dato di sapere, dei signori stanno leggendo la sua storia in una certa carta che si chiama ricorso (lo hanno scritto degli altri avvocati che quando parlano di Federico si rattristano molto) e sicuramente se questo a Federico è dato di saperlo sta facendo il tifo per la sua mamma che non ha mai smesso di lottare per lui. Oggi come regalo di compleanno possiamo farlo anche noi, donando un contributo all’associazione che ha aperto la sua mamma con il progetto fight4childprotection e twittando #giustiziaperFedericoBarakat, e scrivendolo anche su facebook, che oggi Federico avrebbe 16 anni e potrebbe iscriversi in Facebook pure lui, e chissà se nella foto profilo avrebbe i brufoli. [Fonte: pubblicato sulla 27^ Ora] 
@Nadiesdaa

mercoledì 3 febbraio 2016

L'odissea di Sara: non vede i figli da due anni

La mia odissea ebbe inizio  sei anni fa  allorché  finì   il mio matrimonio, durato circa 8 anni, preceduto da 2 di convivenza e da cui ho avuto tre bambini. Mio marito poco dopo la nascita della nostra terza figlia  incontrò un’altra donna e mi lasciò. Poco tempo dopo, cominciarono problemi a causa di interessi economici e venne fuori il carattere violento del mio ex che mi aggredì verbalmente e fisicamente. Nel periodo successivo procedette tutto tra alti e bassi, ma con rapporti tollerabili, giungendo, nel Dicembre 2011, ad una separazione consensuale. Nell’aprile 2012 ricevetti una lettera dalla compagna del mio ex dove venivo  offesa e minacciata ed esortata al suicidio perché ero una pessima madre. La denunciai e questo episodio fu forse l'inizio di tutto. Ovviamente peggiorarono i già difficili, ma controllati, rapporti con il mio ex che iniziò a farmi una guerra, esclusivamente per motivi economici  che, nel corso dei mesi successivi, degenerò fin dove mai mi sarei aspettata. Subii atti intimidatori, violenze e minacce, mirati soprattutto ad allontanarmi dalla casa che il giudice, nella separazione consensuale mi aveva affidato per viverci con i miei figli. Esposi regolare denuncia per questi episodi, ma  non arrivai a nessun risultato .



Nel Gennaio  2013, spaventata e disperata, mi rivolsi ad un centro antiviolenza, perché le forze dell'ordine non potevano fare altro che prendere le mie denunce senza poter intervenire in nessun modo. ( In Italia si deve aspettare la tragedia per intervenire).Nei mesi successivi il mio ex cominciò  a denigrarmi in presenza dei miei  figli. Ci fu un episodio gravissimo in cui il mio ex fece chiamare i carabinieri dalla bambina dicendo che la madre l'aveva picchiata selvaggiamente. Il maresciallo dei carabinieri che intervenne fu invitato dal mio ex a controllare la casa che a suo dire era “piena di uomini”. Il maresciallo, come riporta nella propria relazione, non trovò nessun uomo e rilevò che la bambina non aveva alcun  segno di violenza e stava palesemente recitando una parte. Mi sentivo continuamente  attaccata,ma forte e sicura di poter resistere. Probabilmente in 10 anni non avevo capito a fondo chi avevo di fianco poiché, nell'agosto del 2013, il mio ex  fece una mossa folle e crudele  e dall'effetto devastante. Denunciò un mio amico per abusi sessuali nei confronti dei bambini e me di averlo permesso e di intrattenermi con innumerevoli uomini. Immediatamente i bambini mi furono tolti e da quel giorno ho potuto vederli solo agli incontri protetti con la presenza degli assistenti sociali che, dopo un periodo, rilevarono un ottimo rapporto tra me e i miei figli e, infatti, produssero una relazione positiva a mio favore. Quindi, il mio ex, decise di inventare pure che i bambini, che gli stessi assistenti sociali relazionarono un ottimo rapporto con la madre, non  volevano più vedermi e smise di portarli agli  incontri e mi trovai così impotente di fronte a una legge assurda.
Solo allora realizzai chiaramente, ripensando a quando il mio ex mi diceva che mi avrebbe distrutto, annientato,che  mi avrebbe tolto i bambini che mi avrebbe sbattuto fuori dalla casa,  che aveva pianificato il tutto con gran cura per mettermi al tappeto. Ma io non mollai,ero fiduciosa nei confronti della giustizia, poiché non era possibile che un'accusa così potesse reggere e mi sembrava evidente che non fosse credibile che il " Mostro ", dopo dieci anni di convivenza, di cui 8 di matrimonio, e tre figli, venisse fuori, casualmente, al momento che, dopo la separazione, erano sorti forti attriti per motivi economici e in specifico il mantenimento per me e i bambini, l'assegnazione della casa coniugale e una società a me intestata che lui intendeva togliermi.

Iniziò però ad aprirsi una ferita sempre più profonda dovuta alla lontananza dei bambini e contemporaneamente ebbe inizio un processo penale che mi ha  trascinato in una vita fatta di udienze e incidenti probatori. Ce ne fu un primo con la CTU che ritenne che i bambini potessero essere attendibili, ma, come si pronunciò in udienza, pensava che, io non fossi a conoscenza degli abusi e soprattutto non li avessi indotti. Parallelamente, comincia a subire persecuzioni: minacce telefoniche e anche attraverso persone minacce e danneggiamenti. Iniziai così a rimanere spesso a dormire a casa del mio compagno e andavo sempre meno nella mia abitazione, poiché più di una volta avevo trovato il mio ex con la compagna. 
Una seconda CTU indicò che   la bambina più piccola fosse affidata in maniera esclusiva a me, che il padre la potesse vedere agli incontri protetti con audio e videoregistrazione, mentre i due più grandi potessero decidere autonomamente con chi stare. Eppure il giudice, nonostante questa relazione del CTU da lui stesso nominato,  decise che tutti e tre i bambini fossero affidati al padre, con restituzione della casa coniugale. 
Era riuscito a togliermi tutto con questa mossa vile. 
In questa guerra ho dovuto affrontare un'altra battaglia quella contro l’annullamento del matrimonio chiesto da mio marito alla Sacra Rota . Dopo una terza CTU sto aspettando che venga fatta l'udienza in merito. Trovo inaccettabile che in un paese che si considera civile, una madre, solo sulla base di accuse, senza prove, non abbia il diritto nemmeno di vedere i propri figli. Non sono ancora stata rinviata a giudizio, ma posso capire che vengano fatte indagini e anche un eventuale processo se ci sono anche minimi dubbi di abusi, ma nel frattempo una madre deve vedere i propri figli. Questo è un sacrosanto diritto! Sono più di due anni che non vedo e non sento i miei bambini e a Febbraio 2016  ci sarà l'udienza per decidere quando riattivare l'incontri.

Tutto ciò mi ha lacerato il cuore. Questa è la mia storia, difficile e dolorosa, di cui devo scrivere ancora la fine, che non so bene quale sarà, ma che sicuramente, se c'è una giustizia in questo paese, deve essere accanto ai miei bambini. 


martedì 12 gennaio 2016

Storia di Anna: mi scrive un'altra donna che teme di perdere l'affidamento della figlia

Ricevo e pubblico: è la lettera di un'altra donna che ha paura le sia sottratta la figlia.

Sono una mamma; per tutelare mia figlia non scriverò i nostri nomi, chiedo l'aiuto di tutte le Istituzioni e al vescovo di Ascoli Piceno. 
Per lavorare e mantenere dignitosamente la mia bambina di 3 anni, mi sono dovuta trasferire da Roma in un'altra città. Quando vivevamo a Roma, unitamente al mio ex compagno, quest'ultimo non ha mai partecipato alle spese inerenti il ménage familiare, né si è mai occupato della piccola, rifiutandosi di accompagnarci alle visite pediatriche e fisioterapiche. Nel momento in cui mi sono trovata a non percepire più uno stipendio il mio ex compagno ha continuato a non partecipare alle spese occorrenti per la nostra famiglia, e quindi ha ben pensato di andar via di casa, all' una del mattino, confessandomi di avere da tempo intrapreso un' altra relazione sentimentale. Dopo tre mesi circa ha tentato di rientrare in casa, ma al mio rifiuto mi ha trascinato al Tribunale di Roma, dichiarando su carta di essere un " padre amorevole ", ma nei fatti si comporta come sempre: non si preoccupa della bambina, difatti non la cerca neanche quando sta male, dichiarando che tanto c'è la tachipirina e che se occorresse portarla in ospedale tanto ce la porterei io (tutto ciò confermato dal mio ex compagno in udienza ). Premesso che io non ho messo limiti alle visite che il padre può fare alla figlia nè di giorni nè di orario, durante le feste non viene a trovarla neppure se cadono nei giorni di visita prestabiliti dal Tribunale e neanche le telefona. A Settembre 2015, dopo un anno e mezzo di disoccupazione, ho trovato un lavoro a Roma. Quest'occupazione potevo svolgerla durante l' orario scolastico di mia figlia, iscritta in una scuola privata a spese della sola mia famiglia, in modo da poterla seguire nella sua crescita. Il giorno prima dell' inserimento scolastico, il mio ex compagno mi ha comunicato di voler partecipare all' inserimento specificandomi che sarebbe stato meglio per la bambina vederci insieme in quell' occasione, ma la mattina seguente ha espresso il suo dissenso all' ingresso della piccola in aula. Il mancato accesso della bambina a scuola ha provocato in lei un trauma superato totalmente solo dopo aver intrapreso la scuola e la perdita del mio lavoro a Roma.

Conseguentemente ho trovato un lavoro a tempo indeterminato in un'altra città, ho acquistato una casa e da subito ho avvisato sia verbalmente sia tramite raccomandata con ricevuta di ritorno il mio ex compagno.
Successivamente solo dopo molto tempo dal mio trasferimento e durante l' udienza, il mio ex compagno ha richiesto il rientro a Roma della bambina, con la conseguenza che io perderei nuovamente il lavoro, unica fonte di reddito di mia figlia, e la mia piccolina non potrebbe più frequentare la scuola, dove si è ambientata benissimo. Il Tribunale di Roma dopo una sola udienza, in cui ha ascoltato solo me ed il mio ex compagno, senza svolgere istruttoria nè ascoltare i sommari informatori, ha deciso per il mio rientro affermando che se non ottempero all' ordine potrei perdere l' affido di mia figlia. Mia figlia non può perdere la scuola, nè l' opportunità di vivere in una città tranquilla che offre molto per i bambini. Io non posso perdere mia figlia, ma neppure il lavoro che mi occorre per mantenerla. Il diritto di visita del padre non viene leso, in quanto il mio ex compagno attualmente è ospitato in una casa a sole 2 ore di distanza dalla casa dove viviamo, ci tengo a sottolineare che siamo tornate a Roma i primi di Dicembre 2015 per l' udienza e siamo rimaste per 4 giorni ed il mio ex compagno è venuto a trovare nostra figlia un solo giorno per tre ore, da bravo " padre amorevole".

Nonostante l'ordine di rientro fosse per il 30 Dicembre 2015 io non sono tornata, rischiando che mi venga tolto l' affido di mia figlia,dato che a Roma non ho un lavoro e mia figlia non andrebbe a scuola.
Vi prego ad aiutarmi a divulgare la nostra storia: affinché le Istituzioni capiscano i problemi che stanno arrecando ad una bambina ed ad una madre.

venerdì 8 gennaio 2016

No Pas: un'altra lettera di una donna

Ricevo e pubblico e invito altre donne vittimizzate a scrivermi per denunciare una prassi che sta diventando consolidata, quella dell'allontanamento dei bambini e delle bambine da madri che hanno denunciato violenza familiare. Un problema che si deve cominciare a denunciare. Vi sarà garantito l'anonimato.

 Sono donna. Sono lavoratrice a tempo pieno. Pago le tasse. Ho una bella casa. Ho una bella famiglia unita e numerosa. Sono sana fisicamente e psicologicamente. Non bevo, non fumo, non mi drogo, mai avuto problemi con la legge.
Sono mamma.

Adoro mio figlio. Lo curo. Lo amo. Lo coccolo. Lo guido. Lo nutro. Lo lascio libero di fare esperienze. Lo rassicuro. Lo incoraggio. Lo ammiro. Lo proteggo. Lo rispetto. Voglio che cresca libero, forte, generoso, coraggioso, rispettoso del prossimo, circondato di amore e gioia.
Eppure mio figlio, di 5 anni, rischia ogni giorno di essere portato in una casa famiglia, lontano dai suoi affetti sicuri, lontano da me, dai nonni, gli zii, dalla scuola, dagli amici, dallo sport. Lontano da una vita che sia degna di questo nome. A mio figlio e alla mia famiglia nel 2013 è stata diagnosticata l’alienazione parentale da una CTU del Tribunale Ordinario della mia città. Aveva allora solo 3 anni. Sano, sereno, socievole, allegro, amato. L’alienazione parentale (ex PAS) non esiste. Non è riconosciuta come malattia in nessun manuale. Non lo dico io ma i medici. Eppure la CTU, neuropsichiatra infantile, gliel’ha affibbiata senza pietà e senza alcuno straccio di dato oggettivo a supporto. La CTU scrive che io rappresento al bambino un’immagine negativa del padre ed è per questo che il bambino non vuole stare da solo con lui. Mai indagato su comportamenti paterni.  Eppure avevo raccontato prima al Giudice e poi alla CTU stessa le violenze psicologiche che ho subito dal mio ex. L’isolamento. Le vessazioni. Gli insulti. Le prepotenze. Gli sputi. Le spinte. Le minacce verso di me. Le minacce perpetrate attraverso il bambino. La minaccia costante di portarmelo via perché mi avrebbe fatta passare per pazza. Gli ho raccontato che di questo bambino lui non si è mai occupato fin dalla nascita volutamente e che lo trattava da sempre come un oggetto inanimato.  Come trattava me. Oggetti da distruggere per nutrire il suo odio. Tutto programmato.
II Giudice prima e la CTU poi pur vedendomi per la prima volta e ignorando completamente la realtà dei fatti e le mie parole, mi hanno detto che io stavo arrecando un gravissimo danno a mio figlio, che il bambino sarebbe diventato gay o tossicodipendente perché questo accade ai bambini che non hanno un costante e continuativo rapporto col padre. Che da grande mi avrebbe odiato per quello che gli stavo facendo. Che ero io a fare violenza psicologica a mio figlio! Chiedo loro ”ma cosa gli sto facendo?”, sono io vittima di violenza domestica e mio figlio con me. Sto cercando di proteggerlo. Mi hanno risposto che quei racconti non erano racconti di violenze e che comunque il padre è sempre il padre e il padre può fare ciò che vuole. Mi hanno risposto che se avessi continuato con i miei comportamenti (quali però non lo dicono mai..) il bambino sarebbe finito in casa famiglia. Mi dicono che devo cambiare opinione sul padre di mio figlio e mio figlio la cambierà a sua volta (la colpevole sono già io, la condanna è già mia!). Vengo in buona sostanza MINACCIATA anche da chi dovrebbe tutelare donne e bambini e applicare la legge. Buio.
Riferisco il tutto ai miei CTP chiedendo aiuto per mio figlio. Mi dicono di tacere perché se la CTU viene a sapere queste cose mi toglie il bambino con una “bella accusa di Alienazione genitoriale” perché si sa che le accuse verso i padri durante la separazione sono tutte invenzioni di donne cattive e manipolatrici. Io non capisco. Mi sembra un incubo. Dove sta la legge, la tutela dei minori, delle donne vittime di violenza? Sto denunciando dei fatti gravi e nessuno ci aiuta anzi ci stanno lentamente massacrando.
Mi dicono “signora deve collaborare o perde suo figlio!” ma io sto già collaborando. Cosa devo fare ancora? Sono una brava mamma perché dovrei perderlo? Ho paura. Mi rivolgo alle forze dell’ordine varie volte. Tutto inutile. Se non hai le ossa spezzate o il sangue che sgorga a fiumi nessuno può intervenire (e anche in questo caso a questo punto ho dei dubbi…).
La CTU non ha mai incontrato la famiglia di lui eppure ha scritto al Giudice che è migliore della mia. La CTU non ha depositato in tribunale i test psicodiagnostici a cui ci fece sottoporre e dovrebbe farlo per legge per garantire il contradditorio mettendoli a disposizione delle parti e del Giudice stesso.
Cerco a quel punto di tenere duro. Di affrontarla questa CTU. Di dirle che stanno facendo un grave errore e stanno danneggiando il mio bambino. Mi dice, sfrontata e forte del suo potere e delle altre denunce ricevute e prontamente archiviate, che se non mi sta bene come è condotta la CTU non mi resta altro che denunciarla perché non decido io come si fa una CTU. Chiedo la ricusazione della CTU. Il giudice la respinge. La CTU è “tristemente famosa” per aver tolto i figli ad altre donne. Tutti sanno. Nessuno la ferma.
Relazionano di nuovo contro di me dicendo che io non agevolo il bambino e che sono ostile al padre (tutte congetture, falsità, opinioni personali). Sottolineano perfino se mi muovo o sto ferma fisicamente. Se rido o sono seria. Se parlo o taccio e se parlo cosa dico, perché e come. Il padre lo dipingono come un povero padre disperato e mia vittima. Non fa il padre in nessun modo ma la colpa è mia non sua! Il bambino viene trattato e dipinto come un povero psicopatico da curare (mai sentiti pediatra, maestre, amici, parenti e perfino la psicologa della ASL che aveva già detto mesi prima che il bambino stava benissimo psicologicamente anzi che è un bambino molto intelligente, educato e meraviglioso).
Chiedo aiuto a chiunque. Non arriva. L’avvocato si affligge con me. Non c’è legge che tenga di fronte a queste cose. Presenta ricorsi, prove, documenti, certificati medici, cartelle cliniche, denunce. Nulla. Veniamo ignorati. Conta solo la CTU che nessuno mai metterà in discussione neppure tra 100 anni. Conta il padre. NON IL BAMBINO.
La violenza domestica diventa per tutti loro “esperti in materia” CONFLITTUALITA’ e ovviamente la più conflittuale sono io perché voglio piegarmi alle loro minacce e non metto mio figlio in pasto ai leoni in silenzio come vorrebbero loro.
La Corte d’Appello ovviamente rigetta il mio ricorso basandosi di nuovo solo su quella CTU e quindi sull’alienazione genitoriale e sulle relazioni dello spazio neutro zeppe di falsità, calunnie. Mi descrivono come un’arpia, una manipolatrice di menti, l’artefice della rovina di mio figlio. Non c’è scampo. Il bambino, scrivono, sarebbe immediatamente destinato ad una casa famiglia (per il resettaggio tipico della cura stabilita dai fautori della PAS) e poi affidato in via esclusiva al padre ma si “salva”, ci salviamo, perché ha problemi di salute.
I servizi sociali, scrive la Corte, devono tempestivamente comunicare alla Procura presso il Tribunale dei Minorenni ogni comportamento pregiudizievole tenuto dai genitori (si sono vergognati di scrivere “dalla madre , fanno vedere che sono equi) per procedere con provvedimenti più severi (di più????) ed eventualmente togliere la potestà genitoriale. Accidenti, nemmeno le madri omicide perdono la potestà genitoriale e il diritto di vedere i figli eppure io rischio questo ogni giorno con la fedina penale assolutamente intonsa e comportamenti assolutamente da persona normale e civile…Curioso Paese il nostro!
Sono quasi 3 anni che siamo in questa ragnatela assurda. Lottiamo contro i mulini a vento. La nostra vita è devastata. Non c’è più pace. Vivo nel terrore che una parola dei servizi sociali possa mettere mio figlio in pericolo come in effetti già è accaduto e accade continuamente.
Quella abominevole sentenza sta li. Scritta nero su bianco. Definitiva. Un’onta. Una condanna. Il padre di mio figlio la porta ovunque come un trofeo. E’ colpa della madre. Già… è tutta colpa della madre. È scritto vedete? Quale danno ci hanno fatto? È incalcolabile. Mi hanno tolto la gioia di veder crescere mio figlio perché in un attimo vorrei essere nell’anno in cui lui ne compirà 18 e sarà libero da questi mostri!
Oggi lotto ogni santo giorno affinché questo scempio finisca. Sopravvivo al dolore e alla paura.
La cosiddetta PAS (o come volete chiamarla) patologia inesistente continua ad essere applicata nei tribunale in barba alla stessa scienza, è la nuova santa inquisizione contro le donne, tortura e  uccide lentamente. Qualcuno per favore può aiutarci? Grazie!

Una mamma