sabato 28 marzo 2015

Isis e le sopravvissute alla furia jihadista: incontro con le donne

Sono partita quasi all’improvviso, perché ho deciso all’ultimo. L’ansia, la paura, lasciare a casa una preoccupatissima figlia, erano l’ostacolo al viaggio. Ma il viaggio era di quelli che nella vita ti potrebbero capitare una sola volta, e non andare proprio non si può... Sono le parole con cui Anarkikka, artista e illustratrice, racconta il suo viaggio con la delegazione internazionale che, dal 15 al 22 marzo, ha incontrato le donne nei territori del Kurdistan iracheno e in Rojava. 

(di Anarkikka)
Una delegazione di sole donne, tredici in tutto, che hanno visitato i campi governativi e non governativi che accolgono le vittime delle feroci violenze dell’Isis per ascoltare i bisogni e le necessità delle sopravvissute, fuggite o scampate alla guerra. Le testimonianze raccolte hanno confermato la brutalità dei crimini commessi da Isis che usa il femminicidio, nelle forme più volte denunciate dai media internazionali, come parte integrante delle tattiche di annientamento delle popolazioni colpite.
La delegazione organizzata dalla Iadl (Associazione Internazionale Avvocati Democratici) in collaborazione con Aed_Edl (European Democratic Lawyers) ed Eldh (European Association of Lawyers for Democracy and Wordl Human Rights) presenterà un rapporto alle Nazioni Unite, durante la 29ma sessione del Consiglio dei Diritti Umani che si svolgerà a giugno a Ginevra e Anarkikka illustrerà il viaggio con delle tavole. 
Ma c’è un altro importante appuntamento, lunedì prossimo, a Padova: la delegazione di giuriste democratiche che si è recata nelle aree curde della Turchia, in Rojava e nel Kurdistan iracheno, incontrerà Rashida Manjoo, la Relatrice Speciale Onu contro la violenza sulle donne, per parlare delle violazioni dei diritti delle donne nel conflitto con Isis.
La delegazione intanto ha diffuso un comunicato in cui spiega che “serve con urgenza una maggiore attenzione alle esigenze specifiche di donne e bambine sopravvissute al conflitto con Isis. Tutti i campi dovrebbero ricevere dei fondi per garantire assistenza primaria a donne e bambini, non solo quelli dove ci sono presidi internazionali e gli Stati hanno l’obbligo di garantire una uguale distribuzione dei fondi e degli aiuti internazionali, per assicurare il soddisfacimento delle condizioni di vita elementari delle persone accolte in tutti i campi, e di provvedere a garantire un numero adeguato di personale e servizi di supporto specifici per le esigenze femminiliChi volesse conoscere il resoconto del viaggio può seguirlo sulla pagina Facebook Anarkikka e le altre:il viaggio in Rojava di tredici donne.

lunedì 16 marzo 2015

Darsi la parola: la scuola politica di D.i.Re


Il 14 e il 15 marzo a Reggio Emilia, nell'Ostello della Ghiara, D.i.Re ha organizzato Darsi la parola: la prima edizione della Ssuola di politica dei centri antiviolenza italiani.  La partecipazione è stata altissima ( erano presenti 46 centri su 70 che aderiscono alla rete nazionale)  durante un week end stimolante e intenso in cui si è aperta una riflessione sui Centri antiviolenza oggi, tra principi, metodologia e pratiche e la figura dell'operatrice tra impegno politico e competenze. Sono intervenute Carmen Marini (presidente Nondasola Reggio Emilia),  Titti Carrano (presidente D.i.Re), Lella Palladino (Cooperativa E.V:A),  Emma Baeri (Università di Catania), Giudita Creazzo (Casa delle donne per non subire violenza, Bologna) Marisa Guarneri (Casa delle donne maltrattate, Milano), Paola Degani (Università di Padova) e Lusanna Porcu (Associazione Onda Rosa, Nuoro), Alessandra Campani (Nondasola, Reggio Emilia), Manuela Ulivi (Casa delle Donne maltrattate, Milano) e Lepa Mladjenovi (Wave, Belgrado).


L'idea di realizzare una scuola politica è emersa nel corso degli anni come una forte esigenza dei centri anti-violenza ed è stata messa in campo dopo due seminari nazionali, organizzati nel 2013 e nel 2014 (Modena e Reggio Emilia).
Il trentennale lavoro dei centri ha fatto emergere nel nostro Paese il fenomeno della violenza contro le donne:  sono state realizzate analisi, raccolte di dati statistici sulla violenza e progetti innovativi per sostenere le vittime e prevenire la violenza.  Se oggi non si può rimuovere la violenza contro le donne è anche grazie ai centri anti-violenza. Le istituzioni se ne stanno occupando anche per le sollecitazioni arrivate dai luoghi delle donne  ma  lo fanno con un  sistema di interventi inadeguato e risposte  focalizzate soprattutto sull'intervento securitario o la tutela delle donne che, così,  restano  fissate nel ruolo di soggetti deboli. Intanto si affacciano sulla scena sociale molte realtà che si propongono di lavorare sul tema della violenza con approcci e metodologie distanti da quelle dei centri che hanno sempre guardato al fenomeno  con un'ottica e una prassi femminista. Per questo è di vitale importanza, rafforzare l'identità dei centri con l'obiettivo di valorizzarne le differenze rispetto ad altri tipi di intervento che si pretendono "neutri" e che danno una lettura riduttiva della violenza maschile contro le donne, estrapolandola dal contesto che la alimenta che è quello culturale, simbolico, storico. Il fenomeno della violenza contro le donne può essere contrastato solo attraverso un  cambiamento culturale che non può prescindere dal lavoro politico, qua risiede la forza  dei centri anti-violenza che con le loro peculiarità hanno restituito diritti e libertà alle donne vittime di violenza che hanno chiesto loro aiuto.


giovedì 12 marzo 2015

Mimose avvelenate. I militari e l'occupazione organizzata dell'8 marzo a Imola

E’ trascorsa quasi una settimana dall’8 marzo amaro di Imola - amaro perché occupato - e a mio avviso, in modo molto simbolico, contro le donne stesse - da polemiche e azioni  quantomai inopportune. Un 8 marzo in cui duecento persone hanno sfilato in un corteo organizzato dal Comitato pro-fucilieri San Marco a sostegno di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò italiani agli arresti in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani. Il corteo, promosso con la scusa di “esprimere solidarietà alle mogli e alle figlie dei due militari italiani” era partito dalla stazione e si era snodato con gonfaloni, banda e striscioni lungo le strade di Imola, inviando ben altri messaggi.   
Gonfiare i muscoli per occupare l’8 marzo delle donne è stata una vera e propria ritorsione, che colpisce tutte le donne, contro un episodio avvenuto il 14 febbraio scorso quando, dopo aver ballato durante l’One Billion Rising, alcune femministe hanno letto un messaggio che osava ricordare "il deplorevole e vergognoso modo in cui sono state descritte Greta e Vanessa, le due ragazze rapite in Siria, per fortuna ritornate sane e salve ma che agli occhi dell’opinione pubblica sono state descritte come due “sprovvedute” perché hanno messo a rischio la propria vita per dare sostegno alle popolazioni vittime di guerra.. la reazione sarebbe stata la stessa se fossero stati due uomini? Probabilmente no, sarebbero stati accolti come eroi, così come sono stati descritti quei due marò che hanno ucciso dei pescatori indiani”. 
Niente di più che questo, poche parole che esprimevano una legittima opinione, ma  sufficienti a far pervenire un invito pubblico a tacere - non solo da parte di 200 persone, ma anche di istituzioni, consegnato a chi le ha pronunciate e con loro a tutte le donne, proprio nel giorno più istituzionale del mondo dedicato ai diritti femminili.  
Un manifestazione a cui ha ha  partecipato anche Paola Lanzon, presidente del Consiglio Comunale e responsabile delle donne del Pd di Imola, suscitando la reazione sconcertata delle donne dell’Udi e dell’associazione Trama di Terre che hanno infatti affidato la loro indignazione ad un comunicato stampa
Ci chiediamo e chiediamo al Pd come può avallare, e proprio l'8 marzo, un episodio di questo genere, con caratteristiche proprie della cultura più tradizionale di destra e dal carattere violento verso le donne (la violenza non si consuma solo materialmente). L'intenzione non è equivocabile. La presidente del Consiglio comunale è così coerentemente democratica che chi non la pensa come lei fa solo polemica inutile, anzi, dannosa alla Nazione. Ci chiediamo se le molte donne che aderiscono al Pd e che lo votano (in diverse erano in piazza il 14 febbraio) condividono davvero questa scelta e questi toni”. 
Ora c'è chi chiede le dimissioni di Paola Lanzon la quale al momento non ha dato alcuna spiegazione sulla scelta di avvallare una simile manifestazione organizzata, mossa da intenti dichiarati contro le donne scese in piazza il 14 febbraio: "Su questa piazza – ha detto Ivana Pareschi del Comitato Pro-fucilieri San Marco - alcune settimane fa appartenenti ad associazioni di donne hanno espresso valutazioni non accettabili nei confronti di due ragazzi in servizio per lo Stato e noi risponderemo manifestando la nostra solidarietà a Paola e Vania, le mogli che da oltre tre anni si trovano private del padre, del tutto innocente, dei loro figli".
@Nadiesdaa


mercoledì 11 marzo 2015

Aborto, approvata la mozione Tarabella. Ma resta facoltà di ogni Stato garantire l’accesso ai diritti sessuali e riproduttivi

Futuro e condizionale  sono ancora questi, oggi in Europa, i tempi e i modi dei diritti delle donne soprattutto quando riguardano la loro salute riproduttiva. Se le parole hanno un peso, quelle del comunicato stampa dell’assemblea, successivo alla votazione, sono zavorra che pesa sulle libertà femminili: “I deputati ribadiscono che le donne dovrebbero avere il controllo sulla loro salute sessuale e riproduttiva, compreso un facile accesso alla contraccezione e all’aborto”. Dovrebbero… ma ancora non è tempo. Il loro corpo è ancora terreno di scontro, merce di scambio, oggetto di contrattazione politica. A poche ore dall’approvazione del documento Tarabella votata a Strasburgo, si smorza l’entusiasmo delle attiviste dei movimenti pro choice che nella tarda mattinata avevano accolto con soddisfazione il risultato della votazione: 441 si , 205 no, 52 astenuti. Ma la notizia dell’approvazione del documento ha avuto presto il sapore di una vittoria di Pirro. L’articolo 45 sull’accesso agevolato dell’aborto è passato ma anche l’emendamento voluto dal Ppe, (il 43 bis) che “osserva che l’elaborazione e l’applicazione delle politiche in materia di diritti sessuali e riproduttivi nonché in materia di educazione sessuale, sono di competenza degli Stati membri: ribadisce nondimeno che l’Ue può contribuire alla promozione delle migliori pratiche degli Stati membri”. Con questo articolo i partiti conservatori hanno”recintato” il diritto all’autodeterminazione delle donne sottolineando che la legislazione sulla riproduzione è di competenza nazionale mentre il testo originale Tarabella eliminava il principio di sussidiarietà. Il 43 bis è stato votato anche da Silvia Costa (Pd), presidente della commissione cultura del Parlamento che ha dichiarato su Twitter il suo voto, mentre Luigi Morgano, cattolico del Pd, ha dichiarato di essersi astenuto dalla votazione. La  delusione non è stata però, un fulmine a ciel sereno, l’aria di  compromesso al ribasso tirava da diversi giorni e lo si era capito dalle dichiarazioni che Patrizia Toia aveva rilasciato a La Stampa. Riferendosi alla testo di Tarabella aveva parlato di una buona risoluzione ma che il suo suggerimento era quello di limitare l’accesso agevole all’aborto “nei Paesi dove esso è legale” per non “dare l’idea di imporre qualcosa a qualcuno”. E’ stata evitata la bocciatura dell’accesso all’aborto e alla contraccezione ma l’approvazione del documento non porterà nel’immediatezza ad alcun cambiamento per le donne. L’Unione Europea grazie all’approvazione del documento, “incoraggerà le buon pratiche” negli Stati membri che resteranno ancora divisi tra quelli dove l’aborto è illegale e le donne vengono addirittura lasciate morire come è accaduto in Irlanda, e quelli dove ci sono leggi che lo consentono. In Italia non si comprende ancora come quei 441 si, possano bloccare in tempi brevi, l’avanzata dell’obiezione di coscienza che rende la legge 194 inapplicata in molte regioni inducendo le donne a migrazioni di città in città per trovare strutture che lo pratichino oppure a ricorrere all’aborto clandestino. 
Davvero le donne italiane ed europee possono aspettare ancora?
twitter @Nadiesdaa

domenica 8 marzo 2015

8 marzo: il suo senso sta nella Storia, e nelle Resistenze di ieri e di oggi

8 marzo si, 8 marzo no? La domanda è diventata un tormentone da parecchi anni e anche nel 2015 il dubbio si ripropone. Ha senso commemorare la Giornata Internazionale della Donna? Si, no, forse… La mimosa è bella col suo colore e profumo così intensi - macchédici, puzza! ..e così via.
Credo che (anche) per dare un senso all’8 marzo non dobbiamo stancarci di ricordare le discriminazioni feroci che miliardi di donne subiscono oggi, nel mondo. Come italiane dobbiamo tenere d'occhio la triste misoginia, malattia endemica nel nostro Paese,  difficilissima da debellare e  soprattutto dobbiamo riallacciare i fili della memoria. Oggi è il quarantennale dell'8 marzo 1975 - momento storico per le conquiste delle donne italiane - potremmo intanto partire da qui: 


Ma - a parte che le lotte per i diritti femminili sono lotte di civiltà nell'interesse di tutti - le donne non hanno lottato solo per sé stesse. Nella storia  dell'umanità ci sono state molte Resistenze, le donne vi hanno partecipato ma sono state cancellate dal ricordo, sputate fuori come corpi estranei e relegate all’invisibilità. 
I pregiudizi, il narcisismo e la gelosia maschile, il linguaggio e la cultura patriarcale le volevano tra le mura domestiche a occuparsi di figli e mariti anche quando dalle quattro pareti  erano uscite. Nei secoli le donne hanno trovato le occasioni per muoversi e quando  lo hanno fatto non è stato solamente per aiutare gl uomini ma per conquistare qualcosa per sé stesse nella speranza che le lotte e le Resistenze  per la libertà e la dignità dei popoli potessero includere anche le libertà e dignità femminili.
Ce lo ricorda la mostra Al Tabàchi, su I Gruppi di Difesa della Donna (GDD) nella Resistenza ravennate, organizzata dall’Udi di Ravenna  e curata da Roberta Errani; come nota Ombretta Donati. “Fa strano, ma la maggior parte dei racconti di quegli anni sono proprio le donne a lasciarli in eredità, seguendo una sorta di linea matrilineare con la quale molte di noi sono cresciute, che ci ha spinte a confrontarci con i diversi aspetti che ci caratterizzano, che ci porta ogni giorno a prendere decisioni, scegliere da che parte stare e ad essere consapevoli che, senza l’attività di queste donne, oggi non avremmo una stanza tutta per noi” sono le parole con cui le curatrici della mostra hanno commentato il lavoro di recupero della memoria del ruolo che le donne ebbero nella Resistenza. (E' esposta a Massa Lombarda nella sala del Carmine grazie all'Udi massese).
I GDD furono un appello alle donne di ogni condizione di opporsi al nazifascismo.  Nella Provincia di Ravenna furono settemila ma si ricordano i nomi e i volti di solo 1240. Svolsero diversi compiti: staffette, informatrici, portaordini divulgatrici di informazioni o riflessioni politiche con volantini, nascosero partigiani, manifestarono per ottenere la liberazione di quelli  incarcerati, rischiarono  la tortura e la  vita. 
Dopo la guerra, come sempre accade alle donne, il loro ruolo venne svilito.  La narrazione fu  sul “contributo” femminile alla Resistenza o di “aiuto” agli uomini suscitando la rabbia di molte di loro.  “Nei GDD – disse Ida Camanzi staffetta della 28^ brigata col nome di Ilonka – noi pensavamo al dopoguerra, al diritto di voto, al diritto al lavoro e di studio, agli asili per i bambini, guardavamo lontano”.
Il diritto allo studio (scuola elementare) era arrivato nel 1861 con l’Unità d’Italia, quello ad entrare nelle Università nel 1878 (ma gli uomini si erano “dimenticati” di varare una legge sull’accesso alle donne alla scuola secondaria). Nel 1919 le italiane avevano ottenuto la personalità giuridica ma la strada per l’uguaglianza nei diritti era lunga e difficile da percorrere e le donne lo sapevano: non votavano, non avevano opportunità di lavoro o di pari salari, l'accesso allo studio era ancora per poche e  il loro ruolo era quello di occuparsi della famiglia.
Nel dopoguerra, forti della partecipazione attiva nella Resistenza, entrarono nell’assemblea Costituente: solo 21 donne su 556 eletti. Sibilla Aleramo a quel tempo disse che “si dovevano toccare gli abissi dell’orrore e della tragedia perché gli uomini si convincessero a chiedere l’aiuto delle donne nella società e nella politica”.
E come vennero accolte dagli uomini? Non molto bene, se si ricorda l’intervento di Angela Guidi Cingolani che  in aula si indignò per le parole di uno dei costituenti e rispose che la sua prima battaglia sarebbe stata “contro i pregiudizi sulle donne e la volgarità che qualche volta cade come sasso anche in quest’aula”.  
Ma la misoginia non le scoraggiò affatto.
Claudia Bassi Angelini, storica della Resistenza delle donne ravennati, ha ricordato che nelle commissioni dell’assemblea costituente quelle  Diritti e Doveri dei Cittadini (Nilde Iotti) e Diritti e Doveri Economici e Sociali (Maria Federici, Teresa Noce e Angelina Merlin) la presenza delle donne fu significativa per i decenni che seguirono. Fu solo grazie alla loro caparbietà se l’articolo 3 ha incluso il sesso tra i fattori di discriminazione da eliminare per l’uguaglianza dei cittadini (i padri costituenti da quell'orecchio proprio non volevano sentire) e se dagli articoli 38 e 51 vennero eliminati i riferimenti alle attitudini o al ruolo familiare che avrebbero penalizzato le donne nuovamente, aprendo le porte ad un percorso di uguaglianza nei diritti che altrimenti sarebbe stato ancora più difficile.
E furono sempre loro, le donne - tra quelle che fecero la Resistenza - che poi divennero Costituenti, che introdussero la mimosa e sostennero la ricorrenza dell'8 marzo.
Vi auguro un buon 8 marzo.

Donne. Vedendo le loro foto e leggendo sui pannelli della mostra le parole che rievocavano fatti tragici e atroci mi sono venute in mente le donnedi Kobane e la loro resistenza contro i terroristi dell’Isis, donne che si sono battute per liberare il loro Paese ma anche loro stesse. Una vittoria che è passata sotto traccia ed è stata quasi ignorata dai media

sabato 7 marzo 2015

Le lotte e le speranze delle donne: i dati della violenza contro le donne del Coordinamento dei Centri antiviolenza emiliano romagnoli


Un 8 marzo di lotte e di speranza così il Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell'Emilia Romagna ha commentato la giornata internazionale della donna.  Tra passi avanti e battute d'arresto, una maggiore sensibilità al problema della violenza contro le donne e il back lash  che sta erodendo diritti che erano stati acquisiti nel secolo scorso, il giorno della donna arriva tra lotte e speranze.
I centri antiviolenza - spiega Samuela Frigeri avvocata e presidente del Coordinamento - sono diventati presidi a forte valenza pubblica, pur nel rispetto della autonomia delle associazioni che li hanno costruiti e resi competenti ad affrontare la complessità del fenomeno della violenza di genere. Sono cresciute collaborazioni e convenzioni con le istituzioni locali, ma ancora in una logica differenziata per territori. La recente assegnazione alle Regioni dei fondi nazionali 2013 - spiega - ha messo in luce che non ovunque le risorse aggiuntive sono state destinate ad accrescere e qualificare l’offerta di aiuti alle donne, come i fondi nazionali prefiguravano. Manca una visione condivisa del ruolo dei centri antiviolenza e delle risorse necessarie a renderli luoghi efficaci ed utili per il benessere sociale delle donne, e a liberarli da una annuale precarietà che rischia di indebolire un modello faticosamente costruito nel tempo. I centri antiviolenza continuano a rappresentare per tutte le donne che sperimentano la violenza dei piccoli fari nell’oscurità. L’augurio è che in futuro le risorse destinate al contrasto e alla prevenzione della violenza contro le donne siano tali da consentire ai centri di lavorare sempre meno nell’oscurità e con sempre maggiore efficacia, in accordo e sintonia con le Istituzioni locali, garanti del benessere delle comunità. 
Nel corso del 2014, sono state 3298 le donne che si sono rivolte ai 13 centri che compongono oggi il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna. Per la maggior parte (90%), si tratta di donne vittime di violenza. Per quanto riguarda i nuovi contatti, le donne che nel 2014 si sono rivolte per la prima volta a uno dei centri antiviolenza indicati, a motivo delle violenze subite, sono in totale 2474. Rispetto al 2013, l’aumento è di lieve entità, pari al 3,1% (74 donne); rispetto all’anno precedente, il 2012, le donne aumentano invece del 15,7% (336). Le donne accolte dai centri sono in maggioranza italiane, ma la percentuale di donne straniere è decisamente significativa. Anche nel 2014, così come negli anni precedenti, la percentuale delle donne nuove accolte che hanno subito violenza, provenienti da altri paesi, si aggira intorno al 35%. Sono esattamente il 35,9%, pari a 869 donne. Le donne italiane rappresentano il 64,1% (1553). La percentuale di donne straniere si mantiene stabile nel tempo ed è superiore di più di 20 punti alla presenza di donne straniere fra la popolazione femminile regionale. Da una parte, questi dati vanno letti positivamente, come il segno che i centri antiviolenza sono accessibili anche a donne svantaggiate dalla scarsità di risorse e reti e dalle differenze linguistiche. Dall’altra, resta il fatto che la maggiore presenza di donne straniere può trovare una spiegazione anche nella gravità della situazione di violenza o bisogno in cui si trovano, e nel fatto di essere spesso prive di una rete informale di sostegno. Le donne accolte con figli o figlie sono il 79,3% (1815) e hanno in totale 3163 figli/e. Circa la metà dei figli/e delle donne accolte, il 50,9%  (3163) è stato vittima di violenza diretta o assistita, in totale 1611. Le donne ospitate nelle case rifugio e nelle altre strutture dei centri antiviolenza del coordinamento regionale, sono state 188; i figli/e 203. Rispetto al 2013 si registra un aumento tanto delle donne ospitate che dei figli/e: sono aumentate infatti di 25 unità le prime (pari al 15%), di 16 unità i secondi (pari al 9%). L’aumento delle donne ospitate, che si registra negli ultimi anni, riflette tanto il numero maggiore di centri che fanno parte del coordinamento regionale, quanto il fatto che i centri antiviolenza si sono dotati di strutture più numerose e diversificate, in grado di rispondere ai bisogni delle donne.



giovedì 5 marzo 2015

Aborto: 10 marzo a Strasburgo il voto sul rapporto Tarabella

Ci siamo. Il 10 marzo il Parlamento di Strasburgo voterà il Rapporto  sulla parità di genere, la salute riproduttiva delle donne e l'accesso agevolato alla contraccezione e all'aborto. Il documento, proposto il 20 gennaio scorso da Marc Tarabella,  deputato socialista belga, insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto; sostiene peraltro le misure e le azioni volte a migliorare l'accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità  in materia sessuale e riproduttiva. Il testo di Tarabella per rafforzare la tesi dell'importanza di leggi che tutelino al salute riproduttiva delle donne cita uno studio dell'OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) del 2014; che, mentre rileva tassi di aborto simili, nei paesi in cui la pratica è legale e quelli in cui è vietata, ma tassi ancora più elevati in questi ultimi, in cui inoltre sono più alti irischi di vita e danni alla salute delle donne. 
Il rapporto ha già suscitato le reazioni delle forze politiche conservatrici, sia in Europa che in Italia. La Federazione della FAFCE  (Associazioni Familiari Cattoliche)  ha raccolto 50 mila firme  per dire no! alle procedure legali per l'aborto e i Paesi che non  hanno legislazione in materia di interruzione di gravidanza hanno contestato fortemente il documento: se dovesse essere approvato riguarderebbe ogni Paese dell'Unione Europea. Per questo i cattolici e i conservatori cercheranno di  bocciare il rapporto Tarabella, così come nel dicembre del 2013 riuscirono a bocciare  la risoluzione Estrela su Salute e diritti sessuali riproduttivi per soli sette voti: una bocciatura - per 334 voti contro 327, che si deve soprattutto all'astensione di 6 eurodeputati del Pd. Ma ci fu ancora un precedente tentativo di agevolare l'accesso all'aborto medicalmente assistito per le donne europee: nel 2010, la laburista inglese Christine McCafferty presentò al Consiglio d’Europa una proposta contro l’uso sregolato dell’obiezione di coscienza. Questa, però, venne bocciata nel 2012: al suo posto venne approvato un documento che tutela ancor più il diritto alla obiezione di coscienza - e come tale ancor più lesivo del diritto di scelta delle donne. Fino ad oggi le forze progressiste a Strasburgo hanno perso la partita sul campo della salute riproduttiva delle donne; quindi non c’è da sperare per il meglio. Se si conta sul voto del Pd non si può essere ottimisti perché, a capo della delegazione che si sta confrontando sul testo con altre forze politiche europee, c’è Patrizia Toia: proprio una fra gli eurodeputati che, con la loro astensione, nel 2013, fecero bocciare la risoluzione Estrela.

In Italia la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi) si è appellata a Matteo Renzi perché il Pd non tradisca ancora le donne e in una conferenza stampa organizzata insieme a Noi Donne, Agite e Vita di  Donna che si è svolta alla Camera il 3 marzo scorso, ha rinnovato l’appello al Pd perché  gli eurodeputati votino a favore del rapportoTarabella.
La situazione nel nostro Paese è critica. Uno studio (ecco il link per leggerlo in italiano) realizzato nel 2013, promosso dalla IPPF EN (Internationale Planned  Parenthood Federation - Europea Network) pone il nostro Paese al penultimo posto della graduatoria europea sulle politiche in tema di salute riproduttiva e al terzultimo posto per la sensibilizzazione e l’istruzione degli  operatori. Poi c’è il drammatico problema degli obiettori di coscienza tra il personale medico: in  molte strutture sanitarie, il livello degli obiettori ha raggiunto la soglia dell’90%, rendendo molto difficile la piena applicazione della legge 194; infine, tra le giovani si sta diffondendo la deriva farmaceutica dell’aborto clandestino. Proprio ieri una ragazza di soli 17 anni è stata ricoverata a Genova in gravi condizioni a causa di una emorragia: aveva assunto il Cytotec, farmaco contro l’ulcera che può provocare l’aborto. In Italia soffiano venti di “restaurazione” che hanno indebolito i diritti delle donne. La domanda della Laiga: il Pd tradirà ancora le donne? Ci sembra, oggi,  tristemente retorica. 
L'eurodeputato socialista Marc Tarabell